I greci dicevano che la meraviglia è l'inizio del sapere e allorché cessiamo di meravigliarci corriamo il rischio di cessare di sapere.

Ernst H. Gombrich

Dare forma



Nike di Samotracia
II sec a.C. Parigi, marmo, Musée du Louvre, Parigi.
La vittoria alata, divinità greca, colta probabilmente nell’atto di spiccare il volo, si slancia in avanti cercando di contrastare un forte vento che gioca con i suoi abiti, facendoli aderire con forza al bellissimo corpo femminile, mentre i panneggi rendono la leggera trasparenza della stoffa che fa intravedere i seni prorompenti e le curve morbide del suo ventre.




 Laocoonte con i figli
Agesandro, Atenodoro e Polidoro di Rodi, 175 - 150 a.C., marmo, Musei Vaticani, Roma.
Questo gruppo scultoreo rappresenta una scena drammatica, descritta nell'Eneide, che racconta una delle crudeli e frequenti punizioni degli antichi dei contro gli uomini. Il sacerdote troiano Laocoonte colpevole di essersi opposto all'ingresso del cavallo di legno in cui si nascondevano i soldati greci nella città di Troia, viene punito dagli dei che, vedendo ostacolati i loro progetti di distruggere la città, mandano due giganteschi serpenti marini a soffocare lui e i suoi due figli.
La scultura ellenistica è caratterizzata dalla ricerca di un realismo estremo anche nel riprodurre i sentimenti umani e in questo caso la sofferenza della lotta disperata tra l'uomo e la bestia. Nel 1506, quando l'opera fu riscoperta, il modo in cui i muscoli del tronco e delle braccia rendono lo sforzo fisico, ha sconcertato e provocato ammirazione tra gli amanti dell'arte dell'epoca.




 Ratto di Proserpina
Gian Lorenzo Bernini, 1621 – 1622, marmo, Galleria Borghese, Roma.
La storia, tratta dalle Metamorfosi di Ovidio, narra che il dio degli inferi, Plutone, durante una visita sulla terra intravide la bellissima Proserpina e «si precipitò verso di lei, che, scortolo, così nero e gigantesco, con quegli occhi di fuoco e le mani protese ad artigliarla, fu colta dal terrore e fuggì leggera assieme alle compagne... Il dio dell'Ade, in due falcate le fu addosso e l'abbracciò voracemente e via col dolce peso;(…)».
La madre della fanciulla, Cerere, dea della terra e della fertilità, disperata per la scomparsa di Proserpina, chiese invano a Giove di far ritornare la figlia dagli inferi. Al rifiuto di Giove, fece calare una grande siccità sulla terra, finchè ottenne la liberazione di Proserpina per sei mesi all’anno. I restanti sei mesi, Proserpina doveva ritornare negli inferi mentre sulla terra cadeva il freddo e il gelo a causa del dolore della madre.
Bernini scolpisce un potente Plutone mentre abbraccia “voracemente” la bella Proserpina per rapirla. Le mani del dio affondano sulle cosce della fanciulla e il marmo con le quali sono fatte si trasforma in modo così naturale sotto la forza del suo gesto, quasi fossero di carne viva. 




Amore e Psiche giacenti
Antonio Canova, 1787/1793, marmo, Louvre, Parigi.
Questo mito racconta la storia della giovane mortale Psiche, che diventa sposa a sua insaputa del divino Cupido, il quale si innamora della sua indescrivibile bellezza che scatenerà la gelosia di Venere. Istigata dalle invidiose sorelle, Psiche scopre la vera identità del suo sposo e viene costretta a superare delle prove per ottenere l’immortalità e ricongiungersi con il suo Amore. Superate le prove Psiche diviene una dea e sposa Cupido.
Canova rappresenta la dolcezza dell’attimo subito precedente al bacio, mentre Cupido contempla con amore il volto di Psiche e i loro corpi giovani e perfetti, secondo i canoni dell’estetica classica, si intersecano in un abbraccio eterno. Un momento carico di tenerezza e di tensione in una sorta di equilibrio tra sentimento e passione carnale.




 Aetas aurea (Donna con bimbo)
Medardo Rosso, 1886, cera, Gam, Torino.
L’Età aurea rappresenta l’attimo felice di una madre (la moglie dell’artista) mentre abbraccia il loro figlio. I due volti quasi si fondono nell’abbraccio ed è la luce ad avere il compito di dare forma e significato alla materia. Il risultato finale è l’impressione di un momento passeggero e autentico catturato alla quotidianità. Il linguaggio immateriale delle sculture di Medardo Rosso esprime la condizione interiore del soggetto e l’atmosfera che si crea attorno alle sue sculture trasmette i sentimenti umani più profondi.




 Il bacio
Auguste Rodin, 1888-1889, marmo, Musée Rodin, Parigi.
L'opera raffigura la sventurata unione tra Paolo e Francesca, narrata nel V Canto della Divina Commedia di Dante. La coppia rappresentata nel momento precedente al bacio, è nuda e seduta su una roccia. Percorrendo l’opera con lo sguardo, vediamo che i due corpi si toccano e si uniscono con un erotismo che fece scandalo all'epoca. Secondo Rodin l’opera era conclusa nel momento in cui il fine artistico fosse stato raggiunto. Grande studioso appassionato di Michelangelo, le sue statue non sono mai rifinite esteriormente ma preferiva lasciare allo spettatore la conclusione dell’opera. 




 L’aviatore
Arturo Martini, 1931/1932, terra refrattaria, collezione privata.
L’Aviatore è stato esposto per la prima volta alla Biennale veneziana nel 1932 e non è stato ampiamente apprezzato proprio perché era molto lontano dalle opere che celebravano il regime fascista e l’eroismo delle imprese dell’aviazione italiana.
Martini raffigura un nudo maschile che sfida la gravità poggiando a terra in un solo punto invisibile e stando in un equilibrio apparentemente precario. I muscoli del corpo, le gambe tese in avanti, la testa all'indietro e i pugni stretti, emanano una forte energia. Lo scultore vuole rappresentare il volo simbolico, carico di ebbrezza e determinazione. I personaggi di Martini assumono una forma arcaica ed essenziale, e il riferimento ai miti del passato viene fuso in una visione più umana, vicina ai sentimenti più semplici.




 Re e Regina
Henry Moore, 1952/53, bronzo, Glenkiln Sculpture Park, Scozia.
Una coppia solenne esaltata nell'immensità dello spazio aperto del parco dove è stata collocata. Il soggetto dell’opera non è ispirato ad un modello, ma è venuto fuori per caso mentre l’artista giocava con un piccolo pezzo di cera. Il risultato potrebbe essere inconsciamente collegato al fatto che in quel periodo Moore leggeva spesso storie di re, regine e principesse a sua figlia Mary.
I personaggi hanno un taglio primitivo e la materia è concepita per sintesi, acquisendo una propria unicità. Gli scultori moderni non vogliono più semplicemente copiare il reale, ma vogliono creare qualcosa che non esisteva prima e che sentono essere più reale dei soggetti della propria esistenza.




 Torso dei Pirenei
Jean Arp, 1959, gesso, Staatsgalerie, Stoccarda.
Le sculture di Arp partono dall'osservazione della realtà che viene però idealizzata in forme sempre più libere ed essenziali. Il Torso dei Pirenei è un'opera di estrema purezza e sensualità, nella quale il marmo ben levigato infonde energia e movimento. Soggetto e metamorfosi si sovrappongono, senza mai arrivare a forme completamente astratte, ma anzi molto vicine al mondo naturale.




 Io che prendo il sole a Torino il 19 gennaio 1969
Alighiero Boetti, 1969, cemento e farfalla, collezione privata.
La sagoma di un corpo umano formata da blocchi di creta essiccata al sole su cui è impressa la mano dell’artista, è stesa a terra. Sul petto, appena visibile, è appoggiata una farfalla delicata, che contrasta con il pesante cemento. Due elementi che entrano in opposizione: il duraturo con il fragile, stabile e instabile, immagine dell’uomo e della sua relazione con il mondo circostante.




It is, It isn’t
Tony Cragg, 2010, marmo, collezione privata.
è una scultura che si sviluppa verticalmente, strato dopo strato, i cui lineamenti alludono a volti, corpi in continua evoluzione. L’opera gira vorticosamente su sé stessa, trasforma costantemente i punti di vista, si  modella davanti agli occhi dello spettatore. La scultura secondo Cragg è “pensante”, può rivelare quello che c’è o non c’è ma potrebbe esistere e ci sfugge. L'intenzione dell’artista è quella di creare relazioni nuove tra il mondo materiale delle sue sculture e le persone, per questo i suoi lavori sembrano mutare continuamente nello spazio trascinando con sé l’immaginazione del visitatore.


« Quando qualcuno dice: questo lo so fare anch'io, vuol dire che lo sa rifare altrimenti lo avrebbe già fatto prima. »

(Bruno Munari, Verbale scritto, 1992)


I fantastici animali della classe terza

Di seguito alcune pagine del libro illustrato "I fantastici animali della classe terza", realizzato nel mese di marzo con la classe terza della scuola primaria di Merlengo, frazione di Ponzano Veneto.





IL COCCOSERPULCINO: Ama lavarsi sulla lava dei vulcani.

IL PESCIPIPISTRELLO: Va sempre sotto acqua.

IL PULCINFARFALLA: Vive sotto acqua e cova uova ogni ora.

LA GIRAFTOP: La mia giraftop adora passeggiare
nelle valli incantate e in montagna.

LA TIGRECANGURUCCELLO: La tigrecanguruccello adora
passeggiare sul prato, saltare sui cespugli e osservare i paesaggi.

IL SERPENVELOCIRAPTOR: Il serpenvelociraptor ha il piacere delle vacanze
e grazie al suo collo riesce a tenere lo zaino. é un tipo carnivoro se vede un animale
lo mangia ed è velocissimo grazie alle sue zampe da velociraptor.

IL PANTIGREUC: é un animale agitatissimo, ribelle e giocherellone.
Ama lo sport e sa fare la verticale.

IL TOPOGIRAFTIGRE: é alto e magro, gli piace molto
andare in montagna e sciare sulla neve.

IL LEOGGAZZEFAL: Grazie alle sue ali sa volare nello spazio
la criniera lo protegge e gli da aria e sa correre veloce.
  
IL CAUSARIO: Grazie la sua velocità del causario,
ma la lentezza del cammello,
il mio causario vive nelle montagne e nei deserti.

IL LEOTARTADRILLO

La Fantasia

Dal libro Fantasia - invenzione, creatività e immaginazione nelle comunicazioni visive, di Bruno Munari.



La fantasia è la capacità di mettere in relazione ciò che si conosce, per pensare a cose nuove (nuove per chi le pensa, non in senso assoluto) anche se assurde, con estrema libertà, senza preoccuparsi che siano realizzabili o funzionanti. 


L'invenzione è la capacità di mettere in relazione le proprie conoscenze per creare qualcosa di nuovo, con scopi esclusivamente pratici.


La creatività mette insieme la libertà della fantasia e la praticità dell'invenzione per creare qualcosa di nuovo, considerando molti aspetti tra cui quelli umani, sociali, economici...


L'immaginazione è il mezzo per visualizzare ciò che la fantasia, l'invenzione e la creatività pensano. Non è detto che l'immaginazione crei qualcosa di nuovo, ma anche qualcosa che esiste già e che non è presente in quel momento.



La gioia di Brancusi


Quando ero bambino sognavo sempre che avrei voluto volare tra gli alberi e nel cielo. Porto ancora in me dopo quarantacinque anni la nostalgia di questo sogno. Io non voglio rappresentare un uccello, ma il dono, il volo, lo slancio.
Costantin Brancusi è uno scultore rumeno, nato nel 1876, che ha vissuto e lavorato a Parigi dal 1904. Durante la sua carriera annota in vari taccuini i suoi pensieri sull’arte. Per Brancusi è importante che l’arte comunichi e che il messaggio si espanda, così come le emozioni che trasmettono le sue opere. Queste frasi scritte sotto forma di massima sono state raccolte tutte in un unico libro che viene chiamato Aforismi.


Ne trascrivo alcuni, quelli che meglio raccontano la sua arte e ci aiutano a capire il suo pensiero.
Si è fatta arte per dominare
per piangere
per pregare.
Noi la faremo per vivere.
Lo scopo dell’arte è raccontare la vita stessa.
L’elemento ispiratore dell’artista è la natura e per esprimere l’essenza della realtà, Brancusi riduce la forma fino a raggiungere l’intimo delle cose. Le sue forme, in apparenza semplici, sono cariche di un profondo significato simbolico.
La semplicità si avvicina al senso dell’arte perché è vicina al senso reale delle cose.
Ci sono due tipi di semplicità. Quella che si avvicina all’ignoranza e va verso la stupidità, e quella che si avvicina all’intelligenza e arriva alla complessità. Quest’ultimo tipo di semplicità è una conoscenza voluta, figlia di un pensiero razionale ben preciso.
C’è un fine in tutte le cose. Per arrivarci bisogna liberarsi di sé stessi.
L’artista è solo un mezzo che deve comunicare un alto contenuto e per farlo deve liberarsi di sé stesso (attraverso un percorso di purificazione), e riuscire a cogliere l’essenza delle cose.
L’artista è uno schiavo che obbedisce all’arte e da essa si fa guidare. L’ispirazione diventa un’imposizione che viene dall’alto, ma l’artista deve essere libero da sé stesso per riuscire a seguirla.
Io non credo al tormento creativo. Il fine dell’arte è creare la gioia. Si crea artisticamente solo nell’equilibrio e nella pace interiore.
Il dono è il simbolo della gioia e quello che fa l’artista con le sue opere è un dono perché è completamente gratuito e rivolto a tutti. All’artista basta la gioia del dare e il dono stesso deve offrire felicità.
La gioia che l’artista prova mentre scolpisce la sua opera è la felicità che viene donata. La gioia del creare non è una sensazione egoistica di un artista che si sente realizzato, ma è la gioia di liberare la propria anima e diventare un individuo completamente libero.


“L’albo illustrato è la prima galleria d’arte che il bambino visita.” Pacovská



Kvĕta Pacovská è un’artista nata nel 1928 a Praga. Si è diplomata all’Accademia di Arti Applicate e ha lavorato principalmente come artista, sperimentando soprattutto l’arte concettuale. Nel 1960 ha iniziato a dedicarsi ai libri per l’infanzia che ha sempre inteso come oggetti d’arte. Nelle sue opere è evidente l’ispirazione ad artisti quali Kandinskij, Schwitters, Klee, Miró, Mondrian, Balla, Depero e Picasso. 
La 
Pacovská è un’artista caratterizzata da una grande creatività. I suoi libri per l’infanzia sono concepiti come opere d’arte tridimensionali, dove il bambino scopre mondi immaginari attraverso buchi, trasparenze e colori che si rifanno alla corrente astratta. Le sue illustrazioni sono caratterizzate da forti contrasti e colori accesi in cui spesso domina il colore rosso. La tecnica del collage, molto amata dall'artista, viene spesso utilizzata nei suoi lavori, con grande originalità.


Il piccolo re dei fiori, uscito nel 1991 è un libro iconograficamente molto innovativo. Al centro, la copertina presenta un insieme di elementi apparentemente casuali e un piccolo buco, attraverso il quale vediamo il piccolo Re dei fiori. È la storia di un Re che sta cercando la sua principessa perché capisce di avere il cuore vuoto come un giardino senza fiori. Viaggia sulla sua colomba, finchè incontra un tulipano da dove sente la vocina della sua principessa che lo chiama.


Il Re riporta la principessa nel suo palazzo, dove vengono gloriosamente accolti e si sposano. Nell’ultima pagina de libro ritroviamo il piccolo buco con al centro Re e Regina felicemente insieme.
Le immagini del libro hanno uno stile molto infantile, assomigliano spesso a scarabocchi e sono accostate, a volte, ad elementi imprevedibili (ad esempio ritagli di giornale), che però si mescolano al racconto senza stonare. Sono tratti del libro lontanissimi dalla tradizione contemporanea, invasa dalla cultura Disney che blocca la curiosità, caratteristica soprattutto nei primi anni di vita del bambino. Le delicate illustrazioni di 
Kvĕta Pacovská stimolano invece l’immaginazione del bambino e diventano pertanto la prima galleria d'arte che egli visita.





Komagata e la serie Little eyes

I libri per bambini ideati da Komagata nascono dal desiderio di mettere in scena, attraverso il gioco, la sorpresa, e la scoperta, una sorta di complicità con i suoi giovani lettori. La comunicazione non avviene solo attraverso la trasmissione di contenuti, ma anche attraverso il legame che si crea tra elementi, immagini e figure che insieme fanno nascere qualcosa che non c’è.
I suoi libri sono concepiti come oggetti a tre dimensioni, dove grande importanza è data all’uso della carta che diventa un medium raffinato, sulla quale forme o colori diventano un gioco. Come nel gioco, stupore e meraviglia sono parte di queste piccole opere d’arte e sono sentimenti che nascono sfogliando le pagine, con la curiosità che fa parte dei bambini, sapientemente stimolata da Komagata.
Lo sguardo si sposta sull’immagine in verticale, orizzontale o in diagonale, dal centro ai margini, o viceversa, da una figura all’altra. Le forme invece, possono costruirsi e disfarsi, aprirsi e ripiegarsi, crescere e decrescere.
Sollevare, ripiegare, avvolgere, incastrare, sono solo alcune delle azioni che questi libri ci permettono di fare. Con entrambe le mani, i bimbi sfogliano le pagine una dopo l’altra, mentre gli occhi seguono questi movimenti e le sorprese che pian piano vengono svelate. La lettura diviene quindi un momento attivo, dinamico.



Komagata non rispetta la tradizionale concezione dell’oggetto libro che invece va sperimentato in maniera diversa, originale.
Komagata concepisce il libro come il primo incontro tra il bambino e il mondo visivo, con i codici che gli appartengono. Forme, colori, contrasti, volumi, ritmi, moltiplicazione, vengono comunicati con la semplicità che è caratteristica dell’artista. Attraverso la semplicità delle forme, l’artista riesce a mostrare la complessità dei loro rapporti. Comunica con concetti chiari e diretti, utilizzando la loro essenza.
Le sue immagini rispettano la rappresentazione ideale della realtà, ma allo stesso tempo mettono in discussione la percezione e le conoscenze del lettore. Invitano a osservare, riflettere e a cambiare il punto di vista sulle cose e ci fanno capire che la realtà stessa è piena di possibilità da scoprire.
Con grande semplicità, l’artista giapponese mostra come nel nostro mondo, la visione delle cose è soltanto parziale e non assoluta. Con poche mosse ci aiuta a scoprire immagini nascoste e ad avere uno sguardo più audace, che non si fa ingannare dall’apparenza.


Little eyes è una serie di libretti per bambini molto piccoli. Questi libri sono nati inizialmente con lo scopo di instaurare una relazione speciale con sua figlia, per poi essere concepiti come delle piccole opere d’arte. Con lei li ha sperimentati, annottando le risposte agli stimoli che questi libri le provocavano e valutandone l’efficacia. Infatti, dall’osservazione delle reazioni della piccola Aï durante la lettura, Komagata continua le sue ricerche e progetta libri che hanno l’obiettivo di provocare il piacere per la sorpresa della scoperta. Il titolo è un gioco di parole sul nome di sua figlia Aï, che si pronuncia esattamente come “occhio” e “io” in inglese, mentre in giapponese “ai” significa amore.
Sono dieci libri senza testo, indipendenti uno dall’altro perché raccontano un tema o un concetto diverso, ma allo stesso tempo fra loro collegati perché vanno a formare un unico grande libro di esperienze. Nell’intera serie affronta linguaggi e strumenti dell’arte: il disegno, la forma, il colore, la superficie, il volume, il ritmo, il pieno e il vuoto.
Sono libri che quindi sviluppano una buona capacità di osservazione e attenzione, perché quando si incontra l’inaspettato questo trasforma il resto degli eventi e cambia il corso delle storie. I suoi libri sono da guardare, leggere, toccare, da sentire con tutti i sensi e proprio per questo le forme, i colori e le carte che utilizza sono fondamentali per favorire l’esperienza tattile e visiva.

I libri per bambini di Bruno Munari

Bruno Munari diventa padre nel 1940. Stimolato dal suo rapporto col figlio Alberto, inventa libri per bambini estremamente innovativi, che avranno un grande successo di pubblico e verranno ristampati in diverse lingue.
I suoi studi sul design e sulla comunicazione visiva gli hanno permesso di sperimentare differenti linguaggi e progettare libri per i più piccoli. L’originalità delle sue invenzioni ha influenzato molti autori e illustratori contemporanei, ma soprattutto, i suoi libri hanno dato una svolta importante nel campo dell’educazione allo sguardo e della didattica.

I Libri illeggibili creati nel 1949, nascono da una riflessione sull’idea dell’oggetto-libro. Sono libri che tralasciano completamente la comunicazione testuale ed utilizzano soltanto quella visiva. La novità, è che oltre al senso della vista viene stimolato anche il senso del tatto, che comunica al bambino la diversità dei materiali con cui i libri sono costruiti. Sono libri incentrati quindi sulla percezione dell’oggetto, sperimentando un nuovo modo di comunicare con i più piccoli.
Su questi libri Munari scrive: “Questo è un problema di sperimentazione delle possibilità di comunicazione, visiva del materiale editoriale e delle sue tecniche. (…) Lo scopo di questa sperimentazione è stato quello di vedere se è possibile usare il materiale col quale si fa un libro (escluso il testo) come linguaggio visivo. Il problema quindi è: si può comunicare visivamente e tattilmente, solo con i mezzi editoriali di produzione di un libro? Ovvero: il libro come oggetto, indipendente dalle parole stampate, può comunicare qualcosa? E che cosa? (Munari B., Da cosa nasce cosa: appunti per una metodologia progettuale).
Sperimenta dunque tutti i tipi di carte possibili per vedere le loro qualità e le loro possibilità. Sperimenta anche i formati delle pagine che, tutti uguali comunicano monotonia, mentre diversi danno più ritmo, perciò organizza l’andamento dei tagli delle pagine, in verticale, orizzontale o obliquo. Sperimenta infine, i colori delle pagine che aumentano ulteriormente l’effetto ritmico e creano, sovrapponendosi, nuove forme. Questi libri non hanno un ordine visivo, ma si possono leggere cominciando da qualunque pagina, pertanto la lettura stessa avrà delle combinazioni ogni volta diverse.

Dalle sperimentazioni sulle possibilità visive della carta nascerà Nella nebbia di Milano, edito nel 1968 dalla Emme Edizioni. Questo libro racconta di un viaggio attraverso una fitta nebbia resa dall’effetto trasparente della carta da lucido, attraverso il paesaggio metropolitano della città di Milano e che ci porta al circo, un insieme di pagine colorate e divertenti con strani personaggi circensi intenti a fare delle prove bizzarre e incredibili per lo spettacolo, per poi tornare a casa attraversando il parco, sempre immersi nella nebbia. La carta diviene parte della narrazione e della percezione dell’ambiente in cui si svolge la vicenda e invita il bambino a scorrere le pagine per comporre il gioco visivo messo in atto dall’artista. Gli occhi scoprono i giochi di trasparenza e la nebbia, per il piacere del bambino, diventa quasi tattile.


I Prelibri di Munari arrivano molto più tardi. Vengono pubblicati nel 1980, ma sono il risultato delle sperimentazioni tattili e visive di cui abbiamo appena parlato.
Questi libretti sono stati pensati per rispondere ad un problema: “Sono più di quanto non si creda le persone che non hanno mai letto un libro. (…) Esse non sanno che nei libri c’è il sapere, che grazie ai libri l’individuo può aumentare le conoscenze dei fatti e capire molti aspetti di quello che succede, che i libri possono svegliare altri interessi, che i libri aiutano a vivere meglio. (Munari B., Da cosa nasce cosa: appunti per una metodologia progettuale).
Pertanto i Prelibri sono destinati a bambini molto piccoli che non sanno ancora leggere e che, ricordando gli insegnamenti di Piaget, sono predisposti, nei primi anni di vita, a conoscere il mondo che li circonda soprattutto attraverso tutti i loro recettori sensoriali. Sono particolarmente attenti alle sensazioni, oltre che visive e sonore, anche tattili, materiche, olfattive, termiche. I Prelibri offrono appunto questa varietà di stimoli, sensazioni e emozioni, grazie ai diversi materiali con cui sono costruiti, ai colori, alle rilegature e alla loro esplorazione attraverso il gioco. Scrive Munari “essi dovrebbero dare la sensazione che i libri sono degli oggetti fatti così e che hanno dentro delle sorprese molto varie. La cultura è fatta di sorprese, cioè di quello che prima non si sapeva, e bisogna essere pronti a riceverle e a non rifiutarle (…)(Munari B., Da cosa nasce cosa: appunti per una metodologia progettuale).  
Sono fatti con carte colorate lucide o opache, legno, plastica rigida, cartone cuoio, panno, fibralin, vipla e all’interno si possono trovare fili, piume, bottoni, buchi o immagini.


Ogni libro ha un messaggio diverso. Non si tratta di storie o favole che i bambini amano farsi ripetere tante volte, ma che in questo modo non danno la possibilità di stimolare la creatività di un bambino, anzi “così si distrugge nel bambino la possibilità di avere un pensiero elastico, pronto a modificarsi secondo l’esperienza e la conoscenza. Bisogna, fin che si è in tempo, abituare l’individuo a pensare, a immaginare, a fantasticare, a essere creativo. (Munari B., Da cosa nasce cosa: appunti per una metodologia progettuale).
Questi libretti sono solo degli stimoli che offrono l’opportunità di inventarsi ogni volta delle storie diverse.



A: Ma a che cosa serve un libro ?
B: A comunicare il sapere, o il piacere,
comunque ad aumentare la conoscenza del mondo.
A: Quindi, se ho ben capito, serve a vivere meglio.
B: Spesso si.

Munari